Negli ultimi anni, alcuni schemi fraudolenti hanno sfruttato la complessità delle regole fiscali europee, le vendite online e la presenza di società di comodo per incassare l’imposta pagata dai clienti senza poi versarla allo Stato. Uno dei casi più significativi riguarda un meccanismo costruito tra Portogallo, Spagna e piattaforme di vendita online come Amazon.
Il funzionamento dello schema era apparentemente semplice. Una società con sede in Portogallo acquistava prodotti elettronici da un fornitore situato in Spagna. Successivamente, quegli stessi prodotti venivano venduti online attraverso una piattaforma e-commerce. Il cliente finale acquistava il bene, pagava il prezzo pieno e, come in una normale transazione commerciale, versava anche l’IVA inclusa nel costo finale del prodotto.
Il problema nasceva dopo l’incasso. La società portoghese avrebbe dovuto versare l’IVA all’amministrazione fiscale competente. Invece, secondo lo schema ricostruito, tratteneva l’imposta, spostava i fondi e poi spariva o veniva sostituita da una nuova società. In questo modo, il cliente pagava regolarmente, il marketplace gestiva la transazione, il prodotto veniva consegnato, ma l’IVA non arrivava mai nelle casse dello Stato.
Come funzionava il meccanismo tra Portogallo, Spagna e Amazon
Il cuore della frode stava nell’utilizzo di società di comodo inserite nella catena commerciale. La società portoghese acquistava elettronica da un fornitore spagnolo e poi rivendeva quei prodotti online. Dal punto di vista del consumatore, l’operazione sembrava del tutto normale: un prodotto disponibile su una piattaforma, un pagamento tracciato, una fattura, una consegna.
Quando il cliente comprava il prodotto tramite Amazon, pagava anche l’IVA. La piattaforma incassava il pagamento, tratteneva la propria commissione e trasferiva il resto alla società venditrice. Da quel momento, la responsabilità fiscale ricadeva sulla società che aveva effettuato la vendita. Era quella società a dover dichiarare e versare l’imposta incassata.
La frode consisteva nel non completare questo ultimo passaggio. L’IVA veniva trattenuta dalla società, invece di essere trasferita allo Stato. In alcuni casi, il sistema veniva giustificato attraverso documentazione e ricostruzioni contabili pensate per far apparire le operazioni come vendite tra aziende, e non come vendite a consumatori finali. Questo permetteva ai soggetti coinvolti di provare a sostenere che l’imposta non fosse dovuta secondo le regole ordinarie.
Nel frattempo, però, la realtà economica era chiara: il cliente finale aveva pagato un prezzo comprensivo di IVA. Quella somma era stata incassata. Ma invece di essere versata, veniva trattenuta, trasferita e sottratta al sistema fiscale.

Il loop della frode: incassare l’IVA, non versarla, sparire
Il meccanismo si reggeva su un passaggio ricorrente: la società che incassava l’IVA non restava operativa abbastanza a lungo da assumersi le conseguenze fiscali. Dopo aver accumulato somme rilevanti, la società veniva svuotata, resa inattiva o sostituita da un nuovo soggetto giuridico. A quel punto il ciclo poteva ricominciare con una nuova società, nuovi documenti e nuove vendite.
È questo il loop della frode IVA: una società compra merce, la rivende online, incassa l’IVA dal cliente finale, non la versa allo Stato e poi scompare. Il sistema si presenta come una normale attività commerciale, ma in realtà è progettato per sottrarre gettito fiscale. La piattaforma digitale, i fornitori, i clienti e le transazioni danno all’operazione una facciata di regolarità, mentre il punto critico resta nascosto nella fase finale: il mancato versamento dell’imposta.
La forza di questi schemi sta proprio nella loro apparente normalità. Non parliamo di prodotti fantasma o di vendite inesistenti. In molti casi i beni vengono davvero acquistati, venduti e consegnati. Il cliente riceve ciò che ha comprato. La piattaforma processa il pagamento. Tutto sembra funzionare. Ma l’IVA, che dovrebbe essere una tassa raccolta per conto dello Stato, viene trasformata in margine illecito.
Il cliente pensa di aver pagato una tassa. Lo Stato non la riceve. I truffatori si tengono la differenza.
Perché la frode IVA diventa un problema per tutto il sistema fiscale
Le frodi IVA non danneggiano solo l’amministrazione fiscale. Danneggiano il mercato, la concorrenza e tutti i contribuenti che operano correttamente. Una società che non versa l’IVA può permettersi prezzi più aggressivi, margini più alti o una maggiore capacità di movimento rispetto a chi rispetta le regole. Questo altera la competizione e penalizza le imprese regolari.
Ma il problema più grande riguarda il gettito pubblico. Quando lo Stato perde entrate fiscali, deve recuperarle in altro modo. E questo recupero, nella pratica, ricade spesso su cittadini, professionisti, imprenditori e aziende che sono già pienamente visibili al fisco. Più evasione significa più necessità di controlli, più adempimenti, più pressione fiscale e, spesso, una maggiore rigidità nei confronti di chi lavora e produce in modo regolare.
È qui che una notizia di frode fiscale diventa un tema concreto per ogni contribuente. Non è solo una vicenda giudiziaria o amministrativa. È il segnale di un sistema in cui le perdite generate da comportamenti illeciti vengono, prima o poi, compensate aumentando il peso su chi resta dentro le regole.
In altre parole, anche se il singolo contribuente non ha nulla a che fare con questi schemi, ne subisce comunque le conseguenze. Se lo Stato non incassa ciò che dovrebbe incassare da chi evade, cercherà entrate altrove. E molto spesso quell’“altrove” coincide con imprese, professionisti e famiglie che pagano già una pressione fiscale elevata.
Tax planning internazionale: la risposta legale per imprenditori e contribuenti
La frode IVA descritta in questo caso è un meccanismo illecito. Non ha nulla a che vedere con la pianificazione fiscale internazionale, che invece si basa sull’uso corretto delle norme, sulla trasparenza e sulla costruzione di una strategia legale. Tuttavia, questa vicenda mostra un punto fondamentale: il sistema fiscale europeo è complesso, costoso e sempre più sotto pressione.
Per molti imprenditori, professionisti e investitori, continuare a subire passivamente un carico fiscale elevato non è l’unica opzione. Esistono strumenti legali per analizzare la propria posizione, valutare alternative di residenza fiscale, riorganizzare la struttura societaria, proteggere il patrimonio e scegliere soluzioni più efficienti in base alla propria attività e ai propri obiettivi.
La differenza è netta: evadere significa violare la legge; pianificare significa conoscerla e applicarla in modo intelligente. Chi opera a livello internazionale, o ha la possibilità di farlo, può valutare giurisdizioni, regimi fiscali e strutture più adatte alla propria situazione. Non per sottrarsi alle regole, ma per evitare di pagare più del necessario dentro un sistema che spesso penalizza proprio chi produce reddito in modo trasparente.
La pressione fiscale non è uguale ovunque e non deve essere accettata come un destino inevitabile. Con una strategia corretta, è possibile capire se esistono alternative legali, sostenibili e coerenti con il proprio profilo personale e professionale.
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Wish You All The Very Best
Luca Taglialatela



