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Le sfide della tassazione nella nuova economia digitale: un vero busillis

8 Maggio 2024

In un mondo sempre più interconnesso si è sviluppata un’economia fortemente digitalizzata, sia per quanto riguarda la vendita di beni fisici (vedasi il fenomeno dell’e-commerce) sia per quanto riguarda i servizi (ad esempio, corsi, consulenze e marketing online).

Di pari passo, a livello istituzionale, si è posto il problema di introdurre una tassazione su questi beni e servizi che sia coordinata tra i vari stati, equa, che non crei discrepanze in termini di introiti e di carico fiscale e che non può seguire le regole canoniche della vecchia economia “fisica”.

Attualmente esiste una discordanza geografica tra la posizione degli individui che usufruiscono dei servizi digitali e utilizzano le piattaforme di e-commerce ed il luogo in cui tali prodotti e servizi vengono sviluppati. 

Ad esempio, nel 2020, mentre il 40% delle piattaforme di produzione di servizi si trovava negli USA, il 40% degli utenti era localizzato in Asia.

Gli stati, in particolare quelli facenti parte dell’OCSE, hanno sviluppato svariate politiche fiscali legate all’economia digitale, spesso scoordinate. Alcuni paesi hanno implementato la normativa IVA già esistente, altri hanno introdotto una DST (un’imposta ad hoc sui servizi digitali) che danno luogo a vari tipi di distorsioni, da quelle commerciali alla doppia imposizione.

Tipologie di imposte sui prodotti e servizi digitali

  1. IVA: come noto si tratta di un’imposta sui consumi e con l’evolversi dell’economia ne è stato ampliato il campo di applicazione ai servizi digitali ed alla vendita di beni online (vedasi regimi OSS ed IOSS nell’UE).
  2. DST: si tratta di un’imposta sul reddito lordo generato dalla vendita di determinati beni e servizi. Generalmente la base imponibile è calcolata sulle entrate generate da queste vendite o sul numero di utenti digitali all’interno di un Paese.
  3. Ritenute alla fonte lorde sui servizi digitali
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Il dibattito sulla digital taxation

La crescita della digital economy nel corso degli ultimi decenni è stata accompagnata da numerosi dibattiti politici sulle tasse che gli imprenditori digitali pagano e su dove le pagano. Molti modelli di business digitali non richiedono una presenza fisica nei paesi in cui effettuano vendite, raggiungendo i clienti attraverso piattaforme di vendita e assistenza a distanza.

Business models come quelli delle società di social media, dei market-places di e-commerce, dei servizi cloud e delle piattaforme di servizi basati sul web hanno tutti motivato politiche fiscali mirate. In alcuni casi, le politiche sono estensioni delle vecchie regole a nuovi attori, mentre altre politiche sono imposte dirette specificamente a un’azienda o una piattaforma.  

Le tax policies sui consumi si sono modificate di conseguenza per tenere conto di questo nuovo fenomeno, spesso senza che un’impresa abbia una presenza imponibile nel paese in cui i prodotti vengono consumati. 

Poiché le principali aziende digitali sono imprese multinazionali, la discussione sulla digital taxation ha portato a diverse proposte fiscali da parte dell’OCSE, delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Unione Europea (UE) poiché senza un accordo multilaterale, c’è l’elevato rischio che le politiche dei singoli paesi si intersechino, si sovrappongano, si contraddicano e creino fenomeni di doppia imposizione.

A causa della discordanza tra l’attuale distribuzione degli utenti di Internet e l’ubicazione dei providers di beni e servizi online, come anticipato, la modifica delle norme fiscali per riflettere il luogo in cui si trovano gli utenti cambierebbe il luogo in cui le imprese sono tenute al pagamento delle imposte. Ciò evidenzia la sfida politica di riscrivere le regole in modo da incidere su quali paesi ricevono entrate fiscali dalle imprese digitali. È qui che è intervenuta l’OCSE per gestire i negoziati tra più di 140 paesi.  

Le politiche contrastanti emerse unilateralmente, come le DST, richiedono un’azione multilaterale per evitare guerre fiscali e commerciali dannose.  

Attualmente proseguono i lavori relativi al Pillar One. Questo documento, tra i vari temi trattati, fa il punto sulle misure fiscali digitali esistenti ed evidenzia i punti di forza e di debolezza dei vari approcci con il fine ultimo di sviluppare un sistema di tassazione digitale armonizzato, concentrandosi sull’allocazione degli utili sulla base del concetto del nexus.

Nell’attesa che i lavori di implementazione del Pillar One siano completi, i singoli stati si sono attrezzati autonomamente (anche se in modo spesso non coordinato) per far fronte a questa nuova sfida.

Con l’aumento del commercio elettronico transfrontaliero, i governi hanno cercato di addebitare le imposte in base all’ubicazione dell’acquirente del prodotto o servizio. Le norme sull’IVA e sull’imposta su beni e servizi (GST) sono state modificate per garantire che i fornitori stranieri, che in genere non hanno una presenza fisica locale, diventino responsabili della riscossione e del versamento di tali imposte. 

Non avere una presenza fisica nel paese rappresenta quindi una grande sfida per il venditore poiché deve far fronte a requisiti disparati e mutevoli in ciascuno dei paesi in cui effettua le vendite. Questo può essere un processo dispendioso in termini di tempo e risorse per le aziende.

Come si comportano i singoli paesi

La maggior parte dei paesi dell’OCSE ha implementato imposte sui consumi su un ampio numero di prodotti e servizi digitali. Tuttavia, alcuni paesi hanno escluso determinati tipi di prodotti o servizi come e-book, trasmissioni in diretta, corsi online, ecc., o hanno deciso di applicare un’aliquota fiscale inferiore per determinate categorie.

In generale, le transazioni B2B applicano un meccanismo di “inversione contabile”, in cui il destinatario, non il venditore, si occupa dell’imposta. Il problema sorge quando le transazioni sono B2C. Molti paesi richiedono ai venditori senza presenza fisica nel paese dell’acquirente di registrarsi ai fini IVA se le loro vendite annuali nel paese superano una determinata soglia. 

Inoltre, per determinare la posizione del cliente, alcuni paesi richiedono alle aziende di raccogliere informazioni circa l’indirizzo di fatturazione, l’indirizzo IP del dispositivo utilizzato nella transazione, i dettagli bancari o il codice paese del numero di telefono. 

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A livello di imposizione diretta, negli ultimi anni, le giurisdizioni di tutto il mondo hanno annunciato, proposto e implementato le DST. Proposta inizialmente come imposta a livello europeo, l’ISD è ora una misura unilaterale diffusa in tutti i continenti.

In Italia, l’imposta sui servizi digitali (ISD) è disciplinata dall’art. 1 co. 35 ss. della L. 145/2018 e grava nella misura del 3% sull’ammontare dei ricavi tassabili dei grandi contribuenti dell’economia digitale.

L’imposta sui servizi digitali si applica nei confronti delle imprese che, da sole o a livello di gruppo, realizzano nel corso dell’anno solare precedente, congiuntamente:

  • un ammontare complessivo di ricavi, ovunque realizzati, almeno pari a 750 milioni di euro;
  • un ammontare di ricavi derivanti da servizi digitali realizzati in Italia almeno pari a 5,5 milioni di euro.

Con l’approvazione delle disposizioni, a livello sovranazionale, del c.d. “sistema dei due pilastri”, elaborato dall’OCSE, è prevista l’abrogazione delle Digital Tax in vigore nei vari Stati. Il gettito sarà sostituito da quello a carico delle grandi imprese previsto dal c.d. “Amount A” del Pillar One precedentemente menzionato.

Da quanto sopra esposto, quindi, è evidente come i governi debbano adeguare le proprie politiche impositive all’evolversi dei modelli di business. Ad oggi, di fronte ad una moltitudine di regole diverse implementate dalle singole giurisdizioni, si sta cercando di mettere ordine attraverso accordi multilaterali,

Sono evidenti le difficoltà che devono affrontare gli imprenditori digitali per capire dove e come verranno tassati di fronte a questi continui mutamenti. 

Da qui l’importanza di professionisti che siano in grado di seguire gli aggiornamenti legislativi, in modo da supportare le imprese nei loro commerci.

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Luca Taglialatela 

Luca Taglialatela

Dottore commercialista e tributarista internazionale, creatore di Trasferimento Sicuro, il primo blog dedicato ai trasferimenti di residenza fiscale dall’Italia verso l’estero e Tax Planning Internazionale, il primo blog che insegna agli imprenditori come risparmiare fiscalmente sull’attività della propria azienda grazie al tax planning internazionale.

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